Dying to be thin

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Il 18 ottobre ho scritto su questo blog un post (Magre da morire) relativo al reportage realizzato dalla fotografa Lauren Greenfield ed intitolato “Dying to be thin“.

Fino ad oggi mi sono chiesto come abbia fatto a realizzarlo tutto da sola: interviste, fotografie, riprese video, montaggio video…

Ora leggo su Popular Photography che…

Greenfield and her three crew members often worked 12- to 16-hour days

Il documentario è frutto del lavoro di una squadra, composta da persone con compiti diversi.

Nell’articolo apparso l’altro giorno su Popular Photography, c’è un altro passaggio molto importante, da non dimenticare per chi vuole fare dei reportage di un certo tipo; riguarda il rapporto che si è instaurato tra l’autrice del documentario e le ragazze filmate.

Greenfield and her crew frequently talked with the women without filming them, becoming friends with them, explaining why the film was important, and building the rapport that gives Thin its incredible intimacy.

Per realizzare determinate fotografie, filmare certi momenti, documentare alcune situazioni questa è la parte più difficile.

Argomento correlato: L’anoressia secondo Oliviero Toscani: un lavoro da fotoreporter?

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