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Posts Tagged ‘giornalismo’

L’Italia chiamò

November 16th, 2008 No comments

Questo è il trailer di un documentario realizzato da Matteo Scanni, Leonardo Brogioni, Angelo Miotto.

Racconta la storia di quattro militari italiani che dopo il rientro dalle missioni di pace in Kosovo, Bosnia e Iraq si sono ammalati…

Il link: www.litaliachiamo.net

Foto anonime su La Stampa

August 10th, 2008 Comments off

Sono andato a visitare la sezione multimedia del quotidiano La Stampa e sono rimasto molto deluso vedendo che in quelle pagine non c’è mai scritto il nome del fotografo accanto alle immagini pubblicate.

Per esempio nella gallery relativa alla seconda giornata dei giochi olimpici…

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Perché inserire fotografie nei video

Sul sito di Newsweek ho trovato un breve video in cui vengono utilizzate anche delle fotografie.

Fareed Zakaria parla del suo libro “The Post American World”. In pratica il filmato, realizzato da Jennifer Molina, è un monologo di circa tre minuti, in cui Zakaria esprime le sue considerazioni circa il ruolo che avranno in futuro gli Stati Uniti d’America in relazione all’economia mondiale.

Se la regista, in post produzione, non avesse effettuato un montaggio inserendo delle fotografie per illustrare le argomentazioni dello scrittore, il video sarebbe stato sicuramente meno interessante.

1) Ha filmato e registrato l’audio dello scrittore mentre promuoveva il suo libro.

2) In fase di montaggio, invece di mostrare solo il volto di Fareed Zakaria, mentre parlava, ha inserito delle fotografie all’interno del video; immagini coerenti con ciò che lo scrittore diceva.

Il video: The Post American World

Elezioni italiane viste dall’Economist

April 24th, 2008 1 comment

L’Economist pubblica un articolo intitolato Italy embraces Silvio, again and again. La rivista non si è nemmeno presa la briga di inviare un proprio fotografo a coprire l’evento ed ha utilizzato una foto, accanto a cui non compare il nome del fotografo, ma solo la sigla AP.

In un’altro articolo, dal titolo “Mamma mia“, pubblica un’altra foto di Berlusconi, ma non si sa da chi sia stata realizzata: non c’è scritto!

E continua…

- Italy swings to the right, foto AP, ma non c’è il nome del fotografo. Tra l’altro l’immagine ha un formato molto particolare: è stata tagliata così dall’autore?
- Return of the jester: altra foto anonima.

Perché l’Economist non scrive il nome degli autori delle fotografie che compaiono sul suo sito?

Un giornale che non pubblica il nome degli autori delle fotografie può essere considerato autorevole?

Il fotografo John Vink e la libertà di documentare

March 18th, 2008 No comments

In un messaggio apparso sul blog della agenzia fotografica Magnum, John Vink si chiede come mai “giustizia” e fotografia non riescano proprio ad andare d’accordo.

Il fotografo scrive dalla Cambogia a proposito del Khmer Rouge Tribunal (ECCC). Il suddetto tribunale ha negato ai Media l’accesso al luogo dove Duch – ex leader dei Khmer Rossi, ora sotto la custodia del tribunale – avrebbe dovuto testimoniare.

Vink sostiene che i fotografi siano stati minacciati di finire sul libro nero dell’ECCC se avessero fotografato il prigioniero

Dovendo documentare l’evento, si è trovato “costretto”, quindi, a modificare i suoi piani ed a fotografare situazioni di contorno: alcuni poliziotti ad un posto di blocco, delle guardie sedute su di una panchina e l’auto bianca su cui viaggiava Duch durante il tragitto dalla prigione verso il luogo dell’indagine; questo è tutto ciò che è riuscito a documentare.

Ciò che Vink non riesce proprio a digerire è il fatto che ad un team, composto da Jean Reynaud e Rémi Lainé, è stato garantito l’accesso per fare riprese video; mentre il tribunale ha negato ai fotografi ed agli altri membri della stampa la possibilità di raccontare in prima persona gli eventi.

In un comunicato stampa ufficiale, l’ECCC spiega le motivazioni di questa scelta: Comunicato stampa del 3 marzo 2008.

Motivazioni che non convincono Vink; secondo quest’ultimo le fotografie che avrebbe potuto realizzare sarebbero state un vero e proprio documento storico, con valore educativo, oltre che una preziosa testimonianza, se solamente le autorità gli avessero consentito di assistere agli eventi…

Sul luogo erano presenti vittime e testimoni: se alla fine sono comunque i giudici che decideranno quali contenuti potranno essere pubblicati e quali no, il fotografo della Magnum si chiede se a testimoni e vittime sarà garantito lo stesso equo ed imparziale trattamento.

Dopo aver pubblicato il messaggio, John Vink ha commentato di essere dispiaciuto per due ordini di motivi: una mancanza di fiducia nei sui confronti da parte di qualcuno ed il fatto che il ruolo della fotografia, come documento storico, sia stato completamente ignorato.

Il link: The Khmer Chronicles / Issue Nr 7: Justice and Photography don’t mix?

Argomenti correlati:
- Il business delle Olimpiadi ed il fotoreporter embedded

Il fotografo e l’assassina professionista

March 10th, 2008 No comments

The Indipendent ha pubblicato una storia intitolata: “I fell in love with a female assassin“.

A chi conosce l’inglese consiglio di leggere l’articolo in lingua originale, per gli altri ho preparato un brevissimo riassunto.

Un fotografo, durante un viaggio in treno in Colombia, fa amicizia con una ragazza. Le spiega che è un giornalista e vorrebbe documentare l’attività sia dei gruppi paramilitari che dei militari. Marilyn – così si chiama la ragazza – gli risponde che ha amici in entrambi i gruppi e sarebbe felice di aiutarlo.

Inizia in questo modo l’avventura di Jason P Howe: in breve tempo fotografa i campi di coca, incontra i paramilitari e passa ogni giorno diverse ore in compagnia di Marilyn; la tiene per mano, la bacia…
Purtroppo, per mancanza di fondi, Jason è costretto a tornare a casa in Inghilterra, ma non si dimentica della Colombia. Sei mesi più tardi fa tappa nuovamente a Puerto Asis. Scopre che Marilyn si è unita ai paramilitari e partecipa attivamente ad azioni di combattimento. Lui è sorpreso, ma non più di tanto; è consapevole di trovarsi in un Paese in guerra.

Nel frattempo, le sue fotografie vengono notate, ricevono importanti riconoscimenti (vedi: Pictures of the Year International competition 2003) e gli viene proposto di documentare la guerra in Iraq, dove rimane per sei mesi.

Quando ritorna in Colombia la sua relazione Marilyn si fa più intima e lei gli confessa che il suo ruolo all’interno dell’AUC è cambiato: ora è un’assassina e deve eliminare informatori e traditori; nella zona ha già ucciso 10 persone

Il riassunto non è completo: manca la parte finale, ma per le considerazioni che voglio fare, questo pezzo è già più che sufficiente.

Aggiungo che su Photoshelter sono presenti diverse fotografie scattate in Colombia da Jason P Howe; alcune di esse ritraggono Marilyn e sono seguite da questa didascalia:

Marilyn; a self confessed assassin who worked with the AUC paramilitaries before turning freelance in the backyard of here home near Puerto Asis, Colombia on the 13th of June 2003. She claimed to have killed at least 25 people and was herself murdered by the paramilitaries in October 2004 on suspicion of informing.

All’inizio del suo viaggio in America Latina, Howe voleva incontrare e fotografare membri delle FARC, dei gruppi militari e paramilitari – in pratica, quelli che lui riteneva fossero tutti i gruppi coinvolti – per cercare di capire e spiegare la storia degli ultimi quarant’anni della Colombia.
I giornalisti del mondo anglosassone sono soliti sentire le opinioni di tutte le parti in causa per spiegare al pubblico un determinato fatto: secondo questa logica è importante riportare la versione di una fazione, ma anche quella della fazione opposta.

Tuttavia, in situazioni conflittuali le persone ragionano in questo modo: “Se tu sei amico di un mio nemico, allora sei anche un mio nemico“.
Dove la cultura del sospetto è più forte, c’è anche chi ragiona così: “Se tu parli con i miei nemici, allora sei uno di loro“.

Per questo motivo, fotografare le “diverse” fazioni di un conflitto può essere dannatamente pericoloso. Per fotografare è necessario, infatti, essere presenti sul posto, passare del tempo con le persone ed – a volte – anche fare conversazione.

Jason P. Howe sostiene di aver fotografato membri delle FARC, militari e paramilitari. Sorprendentemente è riuscito a fotografare tutte le parti in causa, ma ad un certo punto si è innamorato di una donna, la stessa donna che gli ha fatto da guida e da “angelo custode” nel territorio controllato dai paramilitari

A volte per fare delle buone fotografie è necessario lasciarsi coinvolgere, ma ci sono dei limiti che non si dovrebbero valicare, perché a chi li oltrepassa può essere richiesto il pagamento di prezzo molto alto; nell’articolo ne parla lo stesso Howe.

there was a price to be paid for getting in so deep and it was high

Ad un dato momento del suo lavoro in Colombia il fotografo si è trovato talmente coinvolto, che le foto che ha fatto alla sua amante sono probabilmente le più importanti di tutte quelle che ha realizzato in America Latina. Jason P Howe si è trovato di fronte all’incredibile storia di una ragazza poco più che ventenne, madre di una bimba ed allo stesso tempo assassina professionista.

Un giorno, qualcuno girerà un film per il grande schermo con la seguente trama: “Giovane fotoreporter inglese, in missione in Colombia, s’innamora di una bella ragazza del posto, che nasconde una doppia identità…

Ultima foto: Jason con Marilyn

Fotografia di reportage: immagini più o meno costruite

December 15th, 2007 2 comments

In questo video che ho girato al Photoshow di Milano un po’ di tempo fa, il fotografo Alberto Roveri, collaboratore della rivista Panorama, spiega che per fotografare l’abbazia di Sappada (ho scritto giusto il nome?) ha dovuto portare sul posto un frate benedettino.

Alberto Roveri al Photoshow

I frati benedettini non vivono più nell’abbazia, tuttavia il fotografo dice: “L’ abbazia l’hanno costruita loro, ci hanno lavorato fino a pochi anni fa” e quindi secondo lui non avrebbe avuto senso fotografare l’abbazia senza un frate, così ci ha pensato il fotografo a portarselo dietro.

Parole senza fotografie

December 11th, 2007 No comments

Ho trovato un sito interessante:

Parole senza fotografie

Link: www.wordswithoutpictures.org

Fotografare un altro idiota con un fucile

December 5th, 2007 No comments

A proposito di fotogiornalismo e guerra.

In un’intervista di qualche tempo fa il fotografo Christopher Morris dichiarò di aver informato il photo editor della rivista Time che la sua giovane figlia era molto più importante per lui che rischiare la vita per fotografare un “altro idiota con il fucile”.

When Morris informed Time that his young daughter was more important to him than risking his life photographing “another idiot with a gun” the picture desk assigned him to the White House of George W Bush, a man in a suit.

Gli assegnarono così l’incarico di fotografare George Bush alla Casa Bianca.

L’intervista si trova su EPUK: Multi-media leaves stills standing as ten into VII adds up in London (fine pagina 2, inizio pagina 3)

Il suo sito: www.christophermorris.com

In questo momento sul suo sito ufficiale, in particolare nella sezione “moments” del suo portfolio, ci sono solo tre fotografie in cui compaiono uomini armati.

Argomenti correlati:
- fotografare George Bush
- Qual è la fotografia che avresti voluto scattare?

Qual è la fotografia che avresti voluto scattare?

December 3rd, 2007 1 comment

Più di un anno fa, sul forum di discussione di un frequentato sito web americano, qualcuno scrisse un messaggio di questo tipo: “Qual è la fotografia che avresti voluto scattare?”

Risposero in molti, ma purtroppo non sono riuscito a recuperare il vecchio messaggio per leggere tutta la discussione che ne seguì. Ricordo solo vagamente alcuni interventi.
Fortunatamente, all’inizio di questo mese, un altro utente di quel sito ha pubblicato una domanda analoga ed anche in questo caso le risposte si sono rivelate molto interessanti.

Più di una persona ha scritto che avrebbe voluto fotografare un capo di stato, del presente o del passato. Ad esempio, ho scoperto che qualcuno ambisce a fotografare Bush mentre lavora nella stanza ovale; qualcun’altro avrebbe voluto poter fotografare il presidente Kennedy; altri ritrarre Papa Giovanni Paolo II, Nelson Mandela, Ghandi, Giulio Cesare oppure il presidente Lincoln.
Molte di queste persone sono state fotografate parecchie volte, a parte Giulio Cesare ovviamente; alcuni sono già morti, altri no, ma hanno avuto quasi tutti la chanche di essere immortalati dall’obiettivo di bravissimi fotografi.

C’è anche chi scrive che avrebbe voluto fotografare personaggi dello spettacolo come Angelina Jolie, Reese Witherspoon, Bruce Springsteen, Eva Mendes, Jack Nicholson o Robin Wiliams e chi risponde di averli già fotografati parecchie volte.

Alcuni avrebbero voluto documentare la vita di Jesù Cristo…

Al contrario, per altri sarebbe stato il massimo fotografare i propri genitori quando erano giovani.

Devo ammettere, che mi sarebbe piaciuto avere più fotografie di mio padre e di mia madre da bambini, ma anche dei miei nonni e dei miei bisnonni. Avrei voluto vedere com’erano i miei antenati ed avere un’immagine dei luoghi in cui vivevano, sapere che aspetto avevano i genitori dei miei bisnonni quando si sono sposati ed hanno messo su famiglia, come si vestivano, come si presentavano i luoghi in cui abitavano, ecc. Tuttavia, più ci penso e più ne sono certo: non si tratta “della fotografia che avrei voluto scattare”, ma di immagini che avrei voluto vedere, punto e basta. E’ diverso.

Sono contento che nei primi quarant’anni del Ventesimo Secolo dalle mie parti fosse abitudine recarsi dal fotografo, in certe occasioni, per farsi fare un ritratto. All’inizio del Novecento le coppie prima di sposarsi si facevano fotografare in posa all’interno di uno studio fotografico, davanti ad un fondale dipinto a mano. Talvolta, lo sfondo era un po’ kitsch – a guardare quelle foto si capisce immediatamente che sono state scattate in uno studio e non nel “bosco delle fate” – ma almeno i fotografi erano abbastanza bravi da fare un buon ritratto a figura intera. Così, oggi, posso guardare quelle due o tre belle fotografie dei miei nonni, che si fecero fare quando erano giovani.

Certe immagini mi accontento di guardarle e non mi interessa di non esserne stato io l’autore: sono semplicemente appagato dal fatto che qualcuno le abbia realizzate.

Per esempio, ho guardato con molto interesse le fotografie pubblicate sul sito della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Molti di coloro i quali sono intervenuti in quel forum di discussione avrebbero voluto fotografare fatti, persone o luoghi del passato, in periodi o epoche anteriori “all’invenzione” della fotografia

Il link:
If you could photograph three things…