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Posts Tagged ‘fotogiornalismo’

Il fotografo e l’assassina professionista

March 10th, 2008 No comments

The Indipendent ha pubblicato una storia intitolata: “I fell in love with a female assassin“.

A chi conosce l’inglese consiglio di leggere l’articolo in lingua originale, per gli altri ho preparato un brevissimo riassunto.

Un fotografo, durante un viaggio in treno in Colombia, fa amicizia con una ragazza. Le spiega che è un giornalista e vorrebbe documentare l’attività sia dei gruppi paramilitari che dei militari. Marilyn – così si chiama la ragazza – gli risponde che ha amici in entrambi i gruppi e sarebbe felice di aiutarlo.

Inizia in questo modo l’avventura di Jason P Howe: in breve tempo fotografa i campi di coca, incontra i paramilitari e passa ogni giorno diverse ore in compagnia di Marilyn; la tiene per mano, la bacia…
Purtroppo, per mancanza di fondi, Jason è costretto a tornare a casa in Inghilterra, ma non si dimentica della Colombia. Sei mesi più tardi fa tappa nuovamente a Puerto Asis. Scopre che Marilyn si è unita ai paramilitari e partecipa attivamente ad azioni di combattimento. Lui è sorpreso, ma non più di tanto; è consapevole di trovarsi in un Paese in guerra.

Nel frattempo, le sue fotografie vengono notate, ricevono importanti riconoscimenti (vedi: Pictures of the Year International competition 2003) e gli viene proposto di documentare la guerra in Iraq, dove rimane per sei mesi.

Quando ritorna in Colombia la sua relazione Marilyn si fa più intima e lei gli confessa che il suo ruolo all’interno dell’AUC è cambiato: ora è un’assassina e deve eliminare informatori e traditori; nella zona ha già ucciso 10 persone

Il riassunto non è completo: manca la parte finale, ma per le considerazioni che voglio fare, questo pezzo è già più che sufficiente.

Aggiungo che su Photoshelter sono presenti diverse fotografie scattate in Colombia da Jason P Howe; alcune di esse ritraggono Marilyn e sono seguite da questa didascalia:

Marilyn; a self confessed assassin who worked with the AUC paramilitaries before turning freelance in the backyard of here home near Puerto Asis, Colombia on the 13th of June 2003. She claimed to have killed at least 25 people and was herself murdered by the paramilitaries in October 2004 on suspicion of informing.

All’inizio del suo viaggio in America Latina, Howe voleva incontrare e fotografare membri delle FARC, dei gruppi militari e paramilitari – in pratica, quelli che lui riteneva fossero tutti i gruppi coinvolti – per cercare di capire e spiegare la storia degli ultimi quarant’anni della Colombia.
I giornalisti del mondo anglosassone sono soliti sentire le opinioni di tutte le parti in causa per spiegare al pubblico un determinato fatto: secondo questa logica è importante riportare la versione di una fazione, ma anche quella della fazione opposta.

Tuttavia, in situazioni conflittuali le persone ragionano in questo modo: “Se tu sei amico di un mio nemico, allora sei anche un mio nemico“.
Dove la cultura del sospetto è più forte, c’è anche chi ragiona così: “Se tu parli con i miei nemici, allora sei uno di loro“.

Per questo motivo, fotografare le “diverse” fazioni di un conflitto può essere dannatamente pericoloso. Per fotografare è necessario, infatti, essere presenti sul posto, passare del tempo con le persone ed – a volte – anche fare conversazione.

Jason P. Howe sostiene di aver fotografato membri delle FARC, militari e paramilitari. Sorprendentemente è riuscito a fotografare tutte le parti in causa, ma ad un certo punto si è innamorato di una donna, la stessa donna che gli ha fatto da guida e da “angelo custode” nel territorio controllato dai paramilitari

A volte per fare delle buone fotografie è necessario lasciarsi coinvolgere, ma ci sono dei limiti che non si dovrebbero valicare, perché a chi li oltrepassa può essere richiesto il pagamento di prezzo molto alto; nell’articolo ne parla lo stesso Howe.

there was a price to be paid for getting in so deep and it was high

Ad un dato momento del suo lavoro in Colombia il fotografo si è trovato talmente coinvolto, che le foto che ha fatto alla sua amante sono probabilmente le più importanti di tutte quelle che ha realizzato in America Latina. Jason P Howe si è trovato di fronte all’incredibile storia di una ragazza poco più che ventenne, madre di una bimba ed allo stesso tempo assassina professionista.

Un giorno, qualcuno girerà un film per il grande schermo con la seguente trama: “Giovane fotoreporter inglese, in missione in Colombia, s’innamora di una bella ragazza del posto, che nasconde una doppia identità…

Ultima foto: Jason con Marilyn

Newsweek mette in piedi uno staff di fotografi per le Olimpiadi

March 5th, 2008 1 comment

Un atleta all'arrivo di una gara sui 400m
In controtendenza rispetto a ciò che sta accadendo nel mondo del fotogiornalismo, Newsweek ha scelto di inviare alle Olimpiadi che si svolgeranno in Cina quest’anno un proprio staff composto dai seguenti fotografi: Vincent Laforet, Donald Miralle e Mike Powell.

Secondo quanto scritto da PDN Pulse, Simon Barnett – direttore della fotografia di Newsweek – sostiene di volersi distinguere da tutte le altre riviste che molto probabilmente pubblicheranno fotografie fornite dalle principali agenzie fotografiche. Investire in immagini originali che non verranno pubblicate su altre riviste è molto importante secondo Barnett.

atleta esausta dopo una gara sui 400m

p.s: ho scelto di illustrare la “notizia” con due immagini che ho realizzato qualche anno fa e che non centrano quasi niente (tranne per il fatto che l’atletica è sport olimpico) con quello che ho scritto, ma avevo voglia di pubblicarle qui. D’altra parte questo è un blog: il mio blog. Non è mica un giornale…

(La ragazza in foto era solo un po’ stanca per la gara, come lo è la maggior parte di chi corre i 400m ostacoli per battere il proprio record)

National Geographic come Flickr

March 4th, 2008 1 comment

I tempi cambiano e per questo motivo anche le aziende ed i gruppi editoriali devono rivedere le proprie strategie per poter sopravvivere nel lungo periodo.

Il sito del National Geographic cambia look e si arricchisce di nuove caratteristiche. Rob Covey sostiene che lo scopo principale di questo rinnovamento è quello di creare il miglior ambiente per mostrare le famose fotografie della rivista. I web designer hanno ingrandito il contenitore ed hanno semplificato la grafica (finalmente!) per ricreare l’elegante ed accattivante aspetto della rivista.

the best environment to showcase the magazine’s famous photography. So we enlarged the canvas and dramatically simplified the graphics, aiming to reflect the elegant and arresting design of the printed magazine. We wanted the content to speak for itself. (Parole di Rob Covey)

I cambiamenti non riguardono solo l’aspetto, ma anche i contenuti. Sezioni appositamente create per farvi partecipare attivamente (e gratuitamente?) alla creazione dei contenuti.

Ecco quindi che nasce

- Geopedia: una specie di enciclopedia sullo stile di “Wiki”

- Video Hub: il magazzino dei video.

- Map of the Day: mappe antiche per spiegare i fatti del giorno.

- Our Shot: gli scatti dei fotografi dello staff del National Geographic

- Your Shot, Voting Machine, Puzzle: gli scatti dei lettori.

- Widgets: chiunque li può piazzare sul proprio blog.

Le ultime due novità – qui sopra elencate – mi ricordano molto Flickr: è questo il destino delle riviste? Flickrizzarsi?

L’effetto di questi cambiamenti sarà effettivamente quello di garantire uno spazio migliore alle famose fotografie della rivista, come scrive Rob Covey?

Fotografia di reportage: immagini più o meno costruite

December 15th, 2007 2 comments

In questo video che ho girato al Photoshow di Milano un po’ di tempo fa, il fotografo Alberto Roveri, collaboratore della rivista Panorama, spiega che per fotografare l’abbazia di Sappada (ho scritto giusto il nome?) ha dovuto portare sul posto un frate benedettino.

Alberto Roveri al Photoshow

I frati benedettini non vivono più nell’abbazia, tuttavia il fotografo dice: “L’ abbazia l’hanno costruita loro, ci hanno lavorato fino a pochi anni fa” e quindi secondo lui non avrebbe avuto senso fotografare l’abbazia senza un frate, così ci ha pensato il fotografo a portarselo dietro.

Parole senza fotografie

December 11th, 2007 No comments

Ho trovato un sito interessante:

Parole senza fotografie

Link: www.wordswithoutpictures.org

Fotografare un altro idiota con un fucile

December 5th, 2007 No comments

A proposito di fotogiornalismo e guerra.

In un’intervista di qualche tempo fa il fotografo Christopher Morris dichiarò di aver informato il photo editor della rivista Time che la sua giovane figlia era molto più importante per lui che rischiare la vita per fotografare un “altro idiota con il fucile”.

When Morris informed Time that his young daughter was more important to him than risking his life photographing “another idiot with a gun” the picture desk assigned him to the White House of George W Bush, a man in a suit.

Gli assegnarono così l’incarico di fotografare George Bush alla Casa Bianca.

L’intervista si trova su EPUK: Multi-media leaves stills standing as ten into VII adds up in London (fine pagina 2, inizio pagina 3)

Il suo sito: www.christophermorris.com

In questo momento sul suo sito ufficiale, in particolare nella sezione “moments” del suo portfolio, ci sono solo tre fotografie in cui compaiono uomini armati.

Argomenti correlati:
- fotografare George Bush
- Qual è la fotografia che avresti voluto scattare?

Qual è la fotografia che avresti voluto scattare?

December 3rd, 2007 1 comment

Più di un anno fa, sul forum di discussione di un frequentato sito web americano, qualcuno scrisse un messaggio di questo tipo: “Qual è la fotografia che avresti voluto scattare?”

Risposero in molti, ma purtroppo non sono riuscito a recuperare il vecchio messaggio per leggere tutta la discussione che ne seguì. Ricordo solo vagamente alcuni interventi.
Fortunatamente, all’inizio di questo mese, un altro utente di quel sito ha pubblicato una domanda analoga ed anche in questo caso le risposte si sono rivelate molto interessanti.

Più di una persona ha scritto che avrebbe voluto fotografare un capo di stato, del presente o del passato. Ad esempio, ho scoperto che qualcuno ambisce a fotografare Bush mentre lavora nella stanza ovale; qualcun’altro avrebbe voluto poter fotografare il presidente Kennedy; altri ritrarre Papa Giovanni Paolo II, Nelson Mandela, Ghandi, Giulio Cesare oppure il presidente Lincoln.
Molte di queste persone sono state fotografate parecchie volte, a parte Giulio Cesare ovviamente; alcuni sono già morti, altri no, ma hanno avuto quasi tutti la chanche di essere immortalati dall’obiettivo di bravissimi fotografi.

C’è anche chi scrive che avrebbe voluto fotografare personaggi dello spettacolo come Angelina Jolie, Reese Witherspoon, Bruce Springsteen, Eva Mendes, Jack Nicholson o Robin Wiliams e chi risponde di averli già fotografati parecchie volte.

Alcuni avrebbero voluto documentare la vita di Jesù Cristo…

Al contrario, per altri sarebbe stato il massimo fotografare i propri genitori quando erano giovani.

Devo ammettere, che mi sarebbe piaciuto avere più fotografie di mio padre e di mia madre da bambini, ma anche dei miei nonni e dei miei bisnonni. Avrei voluto vedere com’erano i miei antenati ed avere un’immagine dei luoghi in cui vivevano, sapere che aspetto avevano i genitori dei miei bisnonni quando si sono sposati ed hanno messo su famiglia, come si vestivano, come si presentavano i luoghi in cui abitavano, ecc. Tuttavia, più ci penso e più ne sono certo: non si tratta “della fotografia che avrei voluto scattare”, ma di immagini che avrei voluto vedere, punto e basta. E’ diverso.

Sono contento che nei primi quarant’anni del Ventesimo Secolo dalle mie parti fosse abitudine recarsi dal fotografo, in certe occasioni, per farsi fare un ritratto. All’inizio del Novecento le coppie prima di sposarsi si facevano fotografare in posa all’interno di uno studio fotografico, davanti ad un fondale dipinto a mano. Talvolta, lo sfondo era un po’ kitsch – a guardare quelle foto si capisce immediatamente che sono state scattate in uno studio e non nel “bosco delle fate” – ma almeno i fotografi erano abbastanza bravi da fare un buon ritratto a figura intera. Così, oggi, posso guardare quelle due o tre belle fotografie dei miei nonni, che si fecero fare quando erano giovani.

Certe immagini mi accontento di guardarle e non mi interessa di non esserne stato io l’autore: sono semplicemente appagato dal fatto che qualcuno le abbia realizzate.

Per esempio, ho guardato con molto interesse le fotografie pubblicate sul sito della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Molti di coloro i quali sono intervenuti in quel forum di discussione avrebbero voluto fotografare fatti, persone o luoghi del passato, in periodi o epoche anteriori “all’invenzione” della fotografia

Il link:
If you could photograph three things…

Philip Jones Griffiths

November 28th, 2007 No comments

Questa pagina è didicata al fotografo Philip Jones Griffiths e contiene una serie di link ad articoli che lo riguardano ed interviste varie. Ho pensato di riassumere per brevi punti gli argomenti trattati da ogni articolo.

- Su The Digital Journalist: Philip Jones Griffiths

Vengono trattati i seguenti temi:

1) il fotografo racconta come è nato il reportage – Agent Orange:”Collateral Damage” in Viet Nam.
Agent Orange conteneva la diossina. “In the summer of 1969 four Saigon newspapers ran stories with pictures of deformed babies born to women who had been sprayed with Agent Orange“. Un lavoro di reportage durato 22 anni.

2) Racconta le motivazioni che l’hanno spinto a fare queste fotografie.

3) Sono visibili le fotografie. Un delle didascalie dice: “Stillborn deformed fetuses preserved in formaldehyde at the Tu Du Hospital in Ho Chi Minh City.” (E’ una foto in cui si vedono bambini nati morti conservati presso un ospedale in contenitori di vetro sotto formaldeide)

Getting a book like this in print was not easy and I was indeed lucky to find a brave publisher. It will not be an easy “sell” but in a perfect world it would be in every school library in the country.

4) Sono presenti alcuni video in cui Philip Jones Griffiths parla di quel reportage, ma l’audio fa schifo.

- Segnalo quest’intervista in inglese a Is War Photography Art? di Carmela Cruz.

Vengono trattati i seguenti temi:

1) il vantaggio di raccontare con le fotografie: is that second-hand impressions are avoided;

2) le statistiche sono importanti, ma ciò che attira l’attenzione è la vicenda del singolo: “it’s a photograph of the anguish in the eyes of a starving child in Darfur that initiates the quest for a solution“;

3) vantaggi e svantaggi della fotografia digitale;

3) la fotografia di guerra è arte?

- Musarium: Vietnam Inc.

1) Su questo sito sono presenti diversi video in cui Philip Jones Griffiths spiega e discute i seguenti argomenti.
Il reportage Vietnam Inc. – Why he did the book, Producing a historical document, Emotional coverage, Choking photograph, Role of religion.
Fotografia e giornalismo: The anarchist journalist, Controlling the history of the 20th Century, Being “in the circle”, Color and B/W, Digital photography, Context of why.
Essere un membro della Magnum: The perspective from New York, More on New York and Paris, Day in the Life projects, Doing corporate work, Women and minorities.

- Qui c’è un’altra intervista. Ntlworld: parla della sua vita, dei suoi reportage ed anche della sua attrezzatura fotografica. “All my life I’ve had this recurrent dream of discovering the perfect camera in some back street shop in Bangkok. Poets can scribble with charcoal on bits of paper ­ we, alas, are forced to fret over the deficiencies of our equipment.

Dove acquistare i due libri “Agent Orange” e “Vietnam Inc.”?
Poiché non li ho trovati dal rivenditore italiano, li potete far arrivare direttamente dall’America standovene comodamente seduti alla vostra scrivania:
- Agent Orange: Collateral Damage in Vietnam
- Vietnam Inc.

Fotografi Testimonial

October 18th, 2007 No comments

Il mese scorso, sul suo blog, Sandro Iovine ha eseguito il seguente sondaggio.

Premessa, dal blog di Sandro si legge:

Alla presentazione della nuova reflex Sony hanno presenziato in qualità di testimonial tre fotografi dell’Agenzia Magnum Photos: Richard Kalvar, Thomas Dworzak e Patrick Zachmann.

[...]

Insomma Magnum Photos oltre che nella produzione di immagini di elevato contenuto tecnico si sta specializzando in quella testimonial che girano il mondo per promuovere l’immagine di prodotti connessi al mondo della fotografia.

Domanda: “COME GIUDICHI IL RUOLO DI TESTIMONIAL DEI FOTOGRAFI MAGNUM?

Il sondaggio ha ottenuto i seguenti risultati.

voti: 94

Risposte…

Negativamente: 46% (danneggiano l’immagine del fotogiornalismo)

Indifferentemente: 36% (non cambia nulla, accade in tutti i settori)

Positivamente: 17% (è un apporto alla cultura fotografica)

Link:
Testimonial Magnum
risultati del sondaggio

Tra parentesi, lo sapete che chi fotografa le partite di football americano nella NFL è obbligato ad indossare una giacchetta rosa con lo sponsor in bella vista? (Senza ricevere alcun compenso dallo sponsor)
Leggete qui (in inglese)

Non credo che un fotografo della Magnum che promuova una macchina fotografica danneggi l’immagine del fotogiornalismo, penso che siano altri i fattori di cui preoccuparsi.

Per esempio, nel messaggio del 2 agosto, intitolato Il business delle Olimpiadi ed il fotoreporter embedded, ho segnalato un articolo apparso su una rivista inglese, in cui Stuart Franklin spiegava i motivi per cui alla Magnum risulta impossibile firmare un contratto che consenta ai fotografi della cooperativa di documentare i lavori di costruzione del sito olimpico in cambio della cessione del diritto al comitato organizzatore di modificare o alterare le fotografie da loro realizzate.

Secondo voi un contratto di quel tipo non danneggia l’immagine del fotogiornalismo?

Il 27 settembre sul blog PDNPulse è comparso un messaggio: “Beastie Boys Want To Own Your Photos” in cui l’autore invitava i lettori ad inviare alla redazione esempi di contratti che i musicisti fanno firmare ai fotografi per concedergli la possibilità di fotografare ai loro concerti. Oggi gli è arrivato un altro esempio di contratto pessimo, leggete: “Are You With The Band?” (in inglese)

Fotografare le tragedie: consigli dello psicologo.

October 10th, 2007 No comments

Grazie al blog di PDN sono venuto a conoscenza di una ricerca effettuata da Paul Slovic, citata sul Columbia Journalism Review in un articolo intitolato: “What Journalism Can’t Do“, con sottotitolo: “In covering catastrophe, how can journalism make a difference?“.

If Slovic is right, then the challenge for journalism is to cover genocide and other “psychically numbing” catastrophes in ways that move beyond the big picture to the wallet-sized photo that attaches a single human face to the tragedy.

La ricerca la potete leggere su Decision Research

Argomento correlato:
Il fotografo di Minneapolis e la tragedia del ponte